Batman: Year One

Come si può facilmente intuire dal titolo, qui si trattano le vicende relative al primo anno di servigi resi dall’Uomo Pipistrello a Gotham City. Il ritorno a Gotham di Bruce Wayne coincide con l’arrivo del commissario Gordon, uomo fedele alla giustizia, ma ormai disilluso. Un uomo che spera che sua moglie non sia incinta, che ci sia un errore, ché non è giusto dare alla luce un figlio in un mondo così corrotto. E il mondo così corrotto è ben rappresentato da una Gotham buia, pericolosa, minacciosa, criminale, violenta. La polizia è in completa combutta con i malviventi che dovrebbe combattere. Ma che ci si può aspettare da una città che come nomen omen si limita a chiederti se hai comperato il prosciutto (Got ham?)?
In particolare Flass (che non c’entra niente con l’alter ego di Barry Allen, o almeno spero, altrimenti il continuum della DC è ancora più incasinato di quello che pensavo) incarna il potere che punta a perpetrare se stesso, arrivando a giocare a baseball usando al posto della pallina la testa di Gordon, colpevole di essere troppo onesto e troppo zelante (sì, come in Hot Fuzz, solo che qui non c’è proprio niente da ridere).
Intanto un Bruce Wayne, ossessionato dal senso di colpa per la morte dei genitori, vota la sua vita (ma anche il suo torace e tutto il resto del suo corpo) alla lotta contro il crimine. Va nei quartieri malfamati e cerca di mimetizzarsi vestendosi male e mettendosi una cicatrice finta. Se me lo chiedeva, gli prestavo il neo che indosso a carnevale quando mi travesto da Cindy Crawford (tra parentesi, il mio travestimento consiste solo nell’indossare un neo – e non vuol certo dire che giri per il paese ignudo con un neo in faccia come unica protezione contro il pubblico ludibrio).
Si mimetizza abbastanza bene, almeno fino a quando non inizia a fare a ceffoni con dei brutti ceffi (e per fortuna non eran gaglioffi, che fare a gaglioffoni non è così semplice).
Nonostante Bruce si difenda dignitosamente, alla fine prende un paranco di botte. Torna a casa sua e lì finalmente ha l’intuizione. In una scena che richiama “Il corvo” di E.A. Poe (mammamia che citazioni colte -e infatti sta roba del parallelo con la poesia di Poe l’ho letta in giro non mi ricordo dove), Bruce Wayne capisce che non può semplicemente picchiare i malviventi (e soprattutto non può farsi picchiare da loro). Deve spaventarli. Far loro paura. Diventare un’idea. Un’idea non si può uccidere (V for Vendetta anyone?). Che cosa è nero, fa paura (e anche un po’ schifo) e arriva di notte senza che te lo aspetti? Prima che qualche mente malata formuli delle ipotesi che non ho il coraggio di sentire, rispondo io. Un pipistrello. Batman is born (accidentalmente, is born in the USA, ma condivide la stessa sorte con qualche centinaio di milioni di persone).
Ovviamente ai vertici della polizia corrotta non piace l’idea di un vigilante che fa rispettare la giustizia, mettendoli in cattiva luce o, addirittura, rompendogli le uova nel paniere (trad.: riempiendoli di botte, specialmente nei maroni) e iniziano una campagna mediatica contro di lui (come succede al povero Spidey fin dalle prime avventure).
Batman non si intimidisce e continua ad operare, mettendo in scena ogni accorgimento per evitare che il suo alter ego venga scoperto.
Catwoman inizia di lì a poco la sua carriera criminosa, ma la stampa la dipinge come uno sgherro di Batman (oh, e a lei non va giù sta roba).
Alla fine Batman trova un alleato nel commissario Gordon dopo avergli salvato il figlio appena nato, lasciando presagire l’imminente arrivo di un buffone mascherato da clown. Un problemino da nulla, guarda. Questo Joker lo sistemiamo in quattro e quattr’otto. Le stesse parole usate ogni volta che in Italia si apre un cantiere pubblico.
Ora, Frank Miller delinea bene i personaggi, la storia è credibile e avvincente, sia nella parte relativa al tormento e all’ossessione di Batman, sia quando si mostra la corruzione di Gotham.
Personalmente mi trovo un po’ a disagio con l’idea di un vigilante che si fa giustizia da solo, a prescindere dalle regole. Trovo che sia un modello mooolto pericoloso, che instilli nella gente un desiderio di vendetta più che di giustizia (del resto è la cosa che più mi urtava quando guardavo le prime stagioni di Dexter).
Qui si parla di storie: quando la società è troppo corrotta per badare a se stessa, un eroe è necessario, anzi. È un ottimo esempio. Ma nella saga di Batman in più di qualche momento si fa luce sulla contraddizione connaturata nel far rispettare la legge ponendosi al di sopra di essa.
Ma alla fine: chissenefrega, a noi piace vedere gli antieroi che ci proteggono e vigilano su di noi, volteggiando nella notte sopra i tetti, come delle versioni dark dei Supertelegattoni.

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One thought on “Batman: Year One

  1. […] Appena lette le avventure del primo anno di attività del Cavaliere Oscuro (no, non mi riferisco all’Italia del 1994), mi vado a pappare la trasposizione cinematografica ad opera del caro Nolan (son sicuro sia quantomeno azionista della famosa fabbrica di caschi – famosa in quanto io il casco di quella marca lì ce l’avevo). Se non fosse perché c’è un tizio che si veste in modo strano (e anche qui, Enzo e Carla non c’entrano niente), a fatica rientrerebbe nel canone dei film di supereroi: niente poteri strani, niente sovrannaturale, ogni cosa può essere spiegata senza per forza indossare il pesante giubbotto della sospensione dell’incredulità (giusto in un paio di occasioni meglio metterlo sulle spalle per precauzione, eh, ma solo per scrupolo). Tutto ha una giustificazione, tutto trova un suo posto, tutto è inserito nell’ossessione di un uomo che non può nemmeno provare la soddisfazione di ottenere la sua vendetta e deve tentare di sublimare le sue pulsioni nel costante e perenne tentativo di salvare la sua città, cercando di essere come e meglio di suo padre. Il miliardario Wayne, dopo un allenamento con il potente Ra’s al Ghul (noto anche come il Ras del quartiere) decide di mettersi una corazza, di diventare un uomo pipistrello (incarnando una delle sue fobie e diventando l’incarnazione della paura dei criminali) e salvare la città dallo Scarecrow e da Ra’s al Ghul stesso. Interessante come viene reso il fatto che tanto più Wayne cerca di difendere la sua identità segreta e di proteggere le persone che gli sono vicine, quanto più viene giudicato un miliardario egoista e vacuo, in particolare da Katie Holmes (ok, vista la brutta storia del recente divorzio da Tom Cruise perché sta diventando vecchia, non infierirò su di lei [però, misericordia, ma quando fa quell'espressione di disapprovazione con la bocca tutta storta la batterei con una verga di acciaio]). Verso la fine si profila all’orizzonte la minaccia del Joker, con un abbozzo di una considerazione inquietante: avendo un’eroe fuori dall’ordinario, Gotham sta diventando una calamità per delinquenti fuori dall’ordinario. Batman stesso rappresenta il paradosso dell’eroe cittadino che cerca continuamente di difendere la città, ma che è in realtà la causa per cui i malvagi più schizzati vogliono invadere Gotham. Prima di iniziare mi chiedevo come si poteva riuscire a parlare per due ore e mezzo di Batman, creando solo il primo capitolo di una trilogia. Avendolo visto, mi rendo conto di quanto perfettamente siano dosati i tempi per un film che trascende dalle classiche avventure superomistiche e diventa un thriller metropolitano con pesanti risvolti psicologici. Una nota a margine: ogni volta che Christian Bale indossa la maschera di Batman, io ci vedo la faccia di Ben Stiller con un cappuccio. Seconda nota a margine: la cara vecchia Batmobile di Adam West che tutti abbiamo amato perde molto in stile ma ne guadagna in realismo, diventando in questo film un mezzo corazzato. Share this:TwitterFacebookLike this:Mi piaceBe the first to like this. Contrassegnato da tag 4/5 […]

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