Monthly Archives: September 2012

Doctor Who Special 4&5 – The end of time (pt. 1-2)

E così alla fine arriviamo alla fine. Dottore, la tua canzone finirà quando sentirai quattro colpi. Che è un po’ quello che tocca agli adolescenti che ascoltano lo stereo in camera e i genitori al piano di sotto con la scopa battono sul soffitto per far abbassare loro il volume. Ma qui la cosa è più tragica. Una roba del tipo: “La tua canzone finirà e tu muori”. Ammazza, ahò. Meno male che poi risorge cambiando forma. Ma al nostro Dottore non gira tanto bene, perché la sua faccia gli piace e poi cambia personalità e va sempre così. E insomma, ci si giostra tra un “Padre allontana da me questo calice” (sto diventando un po’ blasfemo?) e un cerchiamo di capire chi o cosa farà sti quattro colpi. Per dire, se la puntata la dirigeva Truffaut, i colpi eran 400 e, sì, insomma, c’era margine di preparazione. Ma alla fine cosa può essere che fa 4 colpi? Tipo, se il postino suona sempre 2 volte, potrebbero essere 2 postini che arrivano insieme? “Dotto’, qui ci sarebbe ‘na raccomandata da firma’, se volesse” “E qui, Dotto’, c’avemo pure un paio de bollette e il giornalino zozzo che si è abbonato l’anno scorso e che ormai è ora di rinnovare”. No, poco verosimile. Vuoi mai che sia… il battito cardiaco di un Time Lord? Il ritorno del Master? Naaaah, non può essere.
E invece scherzone.
Il Master torna, ma torna “sbagliato”. Questo gli dà la forza di 1000 uomini (deboli – da quanto aspettavo di riciclare questa espressione idiota) e soprattutto dà una certa tensione al personaggio (nel senso che spara scariche da 1000 Volt).
Il problema di avere un amico che compete con una bobina di Tesla è che ogni volt (ah! ah!) che lancia una scarica, poi gli viene una fame chimica che non ti dico. E se questo potrebbe fare la gioia di ogni paninaro abusivo, la cosa prende una brutta piega se poi uno si stufa degli hamburger e inizia a mangiare carne umana.
Comunque.
Nel frattempo Wilf, l’indimenticato nonno di Donna (che ricopre peraltro una posizione familiare piuttosto allitterativa), organizza con gli amici della tombola del centro anziani un comitato di ricerca per trovare il Dottore. Io non riesco a smettere di pensare alla ricerca come ad una cosa del genere (che poi, ma che figata è quel film lì?). La cosa incredibile è che lo trovano nel giro di tipo 2′ (telefilmici).
I due si trovano al bar a parlare di donne e di Donna, che ora sembra più triste di una volta. E poi Wilf continua a sognarsi di uno che ride. È una brutta cosa? E perché va dal Dottore e non da un dottore normale? Che sia colpa delle pastiglie della pressione?
Comunque il Dottore va a cercare il Master e vede che ha imparato a saltare come se avesse le scarpe con le molle tipo Paperinik.
Ma tagliamo corto: in una villa c’è un portale alieno che ha dei poteri alieni di guarigione. Un gruppo di uomini diversamente buoni cattura il Master per ripararlo. Il Master lo modifica e ci fa lo scherzetto a tutti, usando il portale per trasformare tutti gli umani in se stesso. E qui il WTF scappa fuori dalla bocca anche se uno non vuole. (Tra parentesi). John Simm è un Master schizzato come pochi (anche se in realtà gli attori che hanno fatto il Master nelle scorse stagioni mica li ho presenti, per dire) ed è immenso soprattutto quando recita la parte di 6 miliardi e rotti di persone. (Chiusa parentesi. Anzi, per essere precisi la parentesi si chiude qui).
E il peggio ha ancora da venire, perché pare che ci sia il ritorno dei Timelord superstiti che si sono svegliati con un attimo di balle girate e vogliono far finire il tempo stesso.
“Dovrei finire di studiare, domani ho l’interrogazione e sono stato in balera fino ad ora, ma mi sa che non ho più tempo!” “Eh, mi spiace ragazzo, ma è finito, non c’è n’è più per nessuno”.
Hangover!
Che però risolvo subito, che facciamo ste due puntate insieme, va’.
Sì, insomma, i Timelord vogliono tornare e sono incacchiati con l’universo. Ma come? Come possono tornare se sono imprigionati? Semplice: usando il battito nella testa del Master come un sonar. E come mai non ci avevo mai pensato prima?
In buona sostanza, il Dottore aveva mollato la sua specie assieme ai Dalek perché ultimamente avevano cominciato a sbroccare (risulta piuttosto evidente in particolare per quel che riguarda le scelte relative all’abbigliamento – non che il sarto dei Dalek sia questo gran genio, eh).
Il Master subito si risente, perché il battito che l’ha ossessionato per tutta la vita è in realtà niente più che un segnale GPS per quei cialtroni della sua razza. E si capisce che la cosa gli rode.
Poi però capisce che la ghenga di schizzati tiene il coltello dalla parte del manico e cerca di ingraziarseli.
Loro ovviamente non lo vogliono, pussa via reietto, e lui cambia idea come una banderuola al vento.
Nel frattempo il Dottore si ritrova con una pistola in mano (datagli da Wilf), ma non sa se sparare al Master o agl’altri Timelord.
Alla fine è risaputo come la verità stia nel mezzo, in vino veritas, e quindi il Dottore decide di sparare all’amuleto che funge da antenna GPS (sto allegramente usando delle metafore paurosamente inadeguate, ma tanto per capirci).
Gallifrey torna da dove è venuto, i Timelord pure, il Master ci resta secco, cose così.
Ma il Dottore è ancora vivo.
Orpo. Dai che va di lusso. Ma e il contratto di Tennant scaduto? E l’altro tipo che deve iniziare e che gli abbiamo già versato i contributi? Un attimo.
Dopo un po’ il Dottore li sente battere i quattro colpi. Giusto perchè sia chiaro, li sente battere QUATTRO volte.
Non era il Master che lo avrebbe accoppato, ma si sarebbe dovuto sacrificare per liberare Wilf da una gabbia atomica (lunga storia).
In sostanza: il momento è drammatico, Tennant rende benissimo il fatto che il suo Dottore non vuole morire, ma sa anche che le cose devono andare così perchè sì.
Salva Wilf, si puppa la scarica atomica e prima di rigenerarsi va a fare un giro per salutre tutti i suoi amici.
Chè poi, quando cambia fazza e arriva Moffat, mica è detto che li rivediamo ancora.
Quindi via, a fare un giro (peraltro lunghissimo) a salutare tutti, con un crescendo di magone che culmina quando saluta per l’ultima volta (e per ultima) Rose, prima di incontrarla la prima volta.
Poi, vabbè, va incontro al suo destino e in un botto di tristezza parte la lacrimuccia.
E David Tennant fu.
Sconforto di 5″ e si viene poi travolti dalla nuova incarnazione del Dottore.
Che parla e si agita tantissimo. Buon segno.

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Batman: The long Halloween

Scordatevi il (mitico) Batman di Adam West. Ok, lo so che è impossibile. Quello che intendo dire è che questa storia è quanto di più distante possibile dal telefilm pop per eccellenza (“Robin, passami il bat-repellente per squali”. E quante altre chicche del genere?). Idealmente ambientata poco dopo Batman: Year One, “The Long Halloween” copre il periodo di un anno e ruota attorno alle vicende del fantomatico Holiday, assassino che sceglie le festività per commettere dei delitti efferati, tutti in seno alla malavita organizzata, riflettendo la competizione tra Sal Maroni e Carmine Falcone. Chi sarà mai?
Quanto è coinvolto Harvey Dent, il brillante e integerrimo procuratore distrettuale che potrebbe star tentando con vie poco lecite di sgominare la criminalità organizzata che attanaglia Gotham? O qualcuno dei millemila milioni di personaggi introdotti che possono essere tutti colpevoli (che poi, alla fine, si scopre che… Colpo di scena! Ma io non credevo che! Ma è un fulmine a ciel sereno! Ma!), Batman, Gordon e Dent chiedono aiuto a quel pezzente di Calendar Man (Yattodetaman e King Star non c’entrano nulla), mentre Carmine Falcone chiede aiuto all’Enigmista. Ovviamente nessuno dei due riesce a cavare un ragno dal buco (aspe’, sto modo di dire è più da Spider-man; riproviamo: nessuno dei due riesce a dare un aiuto che sia uno [che sfigati]). E così, tra un’indagine e l’altra (per colpa di Poison Ivy pure Bruce Wayne viene sospettato) sfila una carrellata dei nemici più classici dell’Uomo Pipistrello (Catwoman, Joker, l’Enigmista, Scarecrow, il Cappellaio Matto, Poison Ivy, il Pinguino – e c’è da dire che vedendo l’andazzo, sembrano uno più rimbambito dell’altro, altro che temibili nemesi di Batman).
In questa sfilata manca solo 2 Facce, che in realtà si sapeva già che era… no, vabbè, niente spoiler per i pochi che non ne erano a conoscenza. Però alla fine vediamo pure arrivare 2 Facce, e vediamo come si procura quella simpatica cosina in faccia che gli dà il nome (poi, non per essere puntiglioso, ma dovrebbe chiamarsi tipo 2 Mezze Facce, visto che di faccia ne ha una sola divisa in due, anche se come nome magari non ha neanche tanto appeal).
Alla fine si scopre che Holiday in realtà è… Vabbè, dai, fatevi ‘sto sforzo e leggete il volume, che merita.
Note tecniche: i disegni sono fastidiosi all’inverosimile, però la trama è quella di un classico giallo a tinte noir (a tratti Pinot noir, direi), con un paio di colpi di scena non male. In omaggio, gente vestita strana come se piovesse. Buona come lettura autoconclusiva per chi conosce poco Batman e vuole farsi un’idea di come sia il suo mondo senza diventare pazzo con la continuity DC.

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Uomini e cani

05 agosto 2012.
Primo pomeriggio.
Il sole è al suo solito posto, ma non ci sono nuvole a mitigarne gli effetti. Incuranti del pericolo, si va a vedere Paolini. All’aperto. Senza ombra. A parlare di cani. Nell’Alaska. Proprio il setting ideale (anche se parlando di cani qualcuno potrebbe pensare al setter).
Prima di partire, maceravo nel dubbio (nonché nel mio medesimo sudore): ritengo Paolini (e qui il mio pensiero vola alla bellissima espressione “ritengo le urine”) un incredibile affabulatore, penso che sia bravissimo a coinvolgere gli ascoltatori nelle storie che racconta. Quindi era da un pezzo che attendevo con ansia di vedere un suo nuovo spettacolo.

Poi però ho letto il titolo.

“Uomini e cani”.

Secondo me, si parla dei cosiddetti migliori amici dell’uomo.

O magari son fortunato e han sbagliato il titolo della locandina dappertutto e il titolo vero è “Uomini e canini” e lo spettacolo è Paolini che parla di Twilight (non so quale delle due ipotesi sia la peggiore). A questo punto penso sia chiaro da dove nasce il mio tormento interiore: a me i cani fanno schifo. Mica li odio, né ne ho paura. Semplicemente non mi piacciono, secernono troppa bava e mi repelle il contatto con la loro peluria. E abbaiano. Ovviamente permango contrario ad ogni maltrattamento nei loro confronti e blablabla. Però va parimenti rispettato il mio diritto a non essere maltrattato (esponendomi alla vicinanza di tali bestie). Ora, checché ne possa pensare Rita Dalla Chiesa, nessuno può obbligarmi ad amare una cosa che mi schifa (nota per tutti quelli che pensano: “Ma dai, giocaci un po’ insieme, accarezzalo, fatti leccare la mano e dimmi se non ti innamori anche tu”, la mia risposta può essere più o meno riassumibile con “Ok, lo farò quando leccherai la bava di una lumaca e struscerai la tua guancia sul morbido pelo di una pantegana”).
Dunque il dubbio si riduceva a cercare di capire se era più forte la passione per i monologhi di Paolini o se la repulsione per i cani avrebbe avuto la meglio.

Pathos.

Quale sarà mai stata la scelta? Per gli ingenui che non hanno letto il titolo del post (o che non ne hanno capito il significato), smorzo subito la tensione ormai a livelli insostenibili prima che parta qualche trombo: Paolini batte cani 1-0. Emozioniamo.
Ma andiamo con ordine: lo spettacolo si è svolto in un campo (con una forte pendenza) presso Contrà Privà in Valrovina (per capirci, poco sopra a Bassano del Grappa, città spesso erroneamente denominata Bassano della Grappa, a causa della distilleria Poli ivi presente [se qualcuno ai piani alti della distilleria Poli pensa che l’essere nominato in queste umili righe renda un bel servigio alla succitata distilleria e si sente in debito, la coscienza può essere agevolmente lavata con un paio di bottiglioni di Tajadea. Io l’ho detto, eh]).
Il posto è raggiungibile esclusivamente via motoscarpa: una passeggiata di una mezz’oretta sotto il sole cocente del primo pomeriggio. Nessuno aveva detto che sarebbe stato facile.
Preso possesso del posto, attendiamo l’inizio dello spettacolo intrattenuti dalle note di un menestrello, presumibilmente cantautore, che intonava canzoni che onestamente mi sono scivolate addosso (a causa dell’eccesso di sudore?) senza dirmi nulla.
L’attesa rovente è stata mitigata da un precoce ingresso in scena di Paolini che ha avvisato l’intero pubblico che il campo su cui stavamo soggiornando era una zona in cui non si poteva fumare. Un applauso si è levato spontaneo (e nessun fumatore si è lamentato; come mai? ma chi sarai per fare questo a me? – nessuno che ha nemmeno accennato a questa canzoncina, nessuno, ti giuro nessuno, nemmeno il destino). Paolini si è subito giustificato dicendo che a lui un po’ spiace, eh, ma è solo per evitare un incendio che ci potrebbe uccidere tutti. Argomento convincente.
Dopo un Po (tradotto: nel tempo necessario affinché le ghiandole sudoripare dell’intero pubblico producessero l’equivalente in sudore del fiume più lungo d’Italia), lo spettacolo inizia.
Tre racconti. Tre storie di Jack London.
Macchia (un cane troppo umano di cui i suoi padroni non riescono a liberarsi).
Batard (un uomo e un cane uniti per tutta la vita da un fortissimo odio reciproco).
Accendere un fuoco (un uomo solo con il suo cane tra i ghiacci dell’Alaska e i problemi nell’accendere un fuoco per asciugarsi).

L’ascolto valeva la pena. Di per se le storie non sono niente di che (la migliore è l’ultima), ma resto basito di fronte al modo con cui sono raccontate: lette dalla penna di Jack London rendono meno di metà rispetto a sentirle narrate da Paolini. E nonostante si parlasse di cani, lo spettacolo mi è piaciuto.
Per una curiosità personale, appena finito lo spettacolo mi era venuta voglia di leggere i racconti originali per confrontarli con quanto appena sentito.
L’opinione che mi sono fatto l’ho già espressa (mi ripeto per i più distratti: niente di che), ma dall’alto della mia generosità, condivido con il mondo intero (vabbè, con quella ristretta porzione di mondo che passa di qui) i 3 racconti citati.

That spot
Batard
To build a fire

E siccome l’Internet può essere un brutto posto e magari prima o poi questi link saltano, di seguito trovate un file con tutti e i tre racconti, via. Istruzioni: salvarlo sul pc, cancellare l’estensione .pdf (lasciando quella .html) e leggerlo su un browser qualsiasi. So che sembra un casino, ma se una persona è seriamente motivata ce la può fare!

Cliccami tutto e segui le istruzioni che hai appena letto

Bau bau baby!