Uomini e cani

05 agosto 2012.
Primo pomeriggio.
Il sole è al suo solito posto, ma non ci sono nuvole a mitigarne gli effetti. Incuranti del pericolo, si va a vedere Paolini. All’aperto. Senza ombra. A parlare di cani. Nell’Alaska. Proprio il setting ideale (anche se parlando di cani qualcuno potrebbe pensare al setter).
Prima di partire, maceravo nel dubbio (nonché nel mio medesimo sudore): ritengo Paolini (e qui il mio pensiero vola alla bellissima espressione “ritengo le urine”) un incredibile affabulatore, penso che sia bravissimo a coinvolgere gli ascoltatori nelle storie che racconta. Quindi era da un pezzo che attendevo con ansia di vedere un suo nuovo spettacolo.

Poi però ho letto il titolo.

“Uomini e cani”.

Secondo me, si parla dei cosiddetti migliori amici dell’uomo.

O magari son fortunato e han sbagliato il titolo della locandina dappertutto e il titolo vero è “Uomini e canini” e lo spettacolo è Paolini che parla di Twilight (non so quale delle due ipotesi sia la peggiore). A questo punto penso sia chiaro da dove nasce il mio tormento interiore: a me i cani fanno schifo. Mica li odio, né ne ho paura. Semplicemente non mi piacciono, secernono troppa bava e mi repelle il contatto con la loro peluria. E abbaiano. Ovviamente permango contrario ad ogni maltrattamento nei loro confronti e blablabla. Però va parimenti rispettato il mio diritto a non essere maltrattato (esponendomi alla vicinanza di tali bestie). Ora, checché ne possa pensare Rita Dalla Chiesa, nessuno può obbligarmi ad amare una cosa che mi schifa (nota per tutti quelli che pensano: “Ma dai, giocaci un po’ insieme, accarezzalo, fatti leccare la mano e dimmi se non ti innamori anche tu”, la mia risposta può essere più o meno riassumibile con “Ok, lo farò quando leccherai la bava di una lumaca e struscerai la tua guancia sul morbido pelo di una pantegana”).
Dunque il dubbio si riduceva a cercare di capire se era più forte la passione per i monologhi di Paolini o se la repulsione per i cani avrebbe avuto la meglio.

Pathos.

Quale sarà mai stata la scelta? Per gli ingenui che non hanno letto il titolo del post (o che non ne hanno capito il significato), smorzo subito la tensione ormai a livelli insostenibili prima che parta qualche trombo: Paolini batte cani 1-0. Emozioniamo.
Ma andiamo con ordine: lo spettacolo si è svolto in un campo (con una forte pendenza) presso Contrà Privà in Valrovina (per capirci, poco sopra a Bassano del Grappa, città spesso erroneamente denominata Bassano della Grappa, a causa della distilleria Poli ivi presente [se qualcuno ai piani alti della distilleria Poli pensa che l’essere nominato in queste umili righe renda un bel servigio alla succitata distilleria e si sente in debito, la coscienza può essere agevolmente lavata con un paio di bottiglioni di Tajadea. Io l’ho detto, eh]).
Il posto è raggiungibile esclusivamente via motoscarpa: una passeggiata di una mezz’oretta sotto il sole cocente del primo pomeriggio. Nessuno aveva detto che sarebbe stato facile.
Preso possesso del posto, attendiamo l’inizio dello spettacolo intrattenuti dalle note di un menestrello, presumibilmente cantautore, che intonava canzoni che onestamente mi sono scivolate addosso (a causa dell’eccesso di sudore?) senza dirmi nulla.
L’attesa rovente è stata mitigata da un precoce ingresso in scena di Paolini che ha avvisato l’intero pubblico che il campo su cui stavamo soggiornando era una zona in cui non si poteva fumare. Un applauso si è levato spontaneo (e nessun fumatore si è lamentato; come mai? ma chi sarai per fare questo a me? – nessuno che ha nemmeno accennato a questa canzoncina, nessuno, ti giuro nessuno, nemmeno il destino). Paolini si è subito giustificato dicendo che a lui un po’ spiace, eh, ma è solo per evitare un incendio che ci potrebbe uccidere tutti. Argomento convincente.
Dopo un Po (tradotto: nel tempo necessario affinché le ghiandole sudoripare dell’intero pubblico producessero l’equivalente in sudore del fiume più lungo d’Italia), lo spettacolo inizia.
Tre racconti. Tre storie di Jack London.
Macchia (un cane troppo umano di cui i suoi padroni non riescono a liberarsi).
Batard (un uomo e un cane uniti per tutta la vita da un fortissimo odio reciproco).
Accendere un fuoco (un uomo solo con il suo cane tra i ghiacci dell’Alaska e i problemi nell’accendere un fuoco per asciugarsi).

L’ascolto valeva la pena. Di per se le storie non sono niente di che (la migliore è l’ultima), ma resto basito di fronte al modo con cui sono raccontate: lette dalla penna di Jack London rendono meno di metà rispetto a sentirle narrate da Paolini. E nonostante si parlasse di cani, lo spettacolo mi è piaciuto.
Per una curiosità personale, appena finito lo spettacolo mi era venuta voglia di leggere i racconti originali per confrontarli con quanto appena sentito.
L’opinione che mi sono fatto l’ho già espressa (mi ripeto per i più distratti: niente di che), ma dall’alto della mia generosità, condivido con il mondo intero (vabbè, con quella ristretta porzione di mondo che passa di qui) i 3 racconti citati.

That spot
Batard
To build a fire

E siccome l’Internet può essere un brutto posto e magari prima o poi questi link saltano, di seguito trovate un file con tutti e i tre racconti, via. Istruzioni: salvarlo sul pc, cancellare l’estensione .pdf (lasciando quella .html) e leggerlo su un browser qualsiasi. So che sembra un casino, ma se una persona è seriamente motivata ce la può fare!

Cliccami tutto e segui le istruzioni che hai appena letto

Bau bau baby!

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