Monthly Archives: April 2013

The IT crowd

In rete ho sentito tessere lodi spregiudicate su questa serie. Spassosissima, imprescindibile, un must per tutti i  geek e i nerd. Blalabla. Simili parole hanno tracciato un solco molto profondo nel mio cuore, tanto che mi sono precipitato a recuperare questa serie dopo solo qualche anno da cui l’avevo sentita nominare.
Prima di iniziare la visione cerco un po’ di informazioni preliminari, giusto per tarare le aspettative: comedy (e fin qui), produzione inglese (la cosa mi dispone molto bene), episodi da 25′ cadauno (ottimo formato per le visioni fugaci di chi ha poco tempo), 4 stagioni da 6 puntate (per un totale di 24 puntate – ovvero l’equivalente di una singola stagione di un serial merigano). Ok, in realtà la prospettiva di una serie snella da vedere ha influito molto più delle altre caratteristiche (cioè, voglio dire, mica è come imbarcarsi nella visione completista di tutte le puntate del Doctor Who o di Star Trek: la speranza di finire prima di diventare vecchio c’è anche prima di iniziare).
E quindi, complice una di quelle giornate un po’ così (per “giornate un po’ così” intendo giornata all’ospedale in recupero post operatorio – settoturbinoplastica FTW!), in cui non sai bene se abbandonarti alla noia e al male di vivere oppure dedicarti ad una qualche attività artistico-produttiva-creativa, ho optato per iniziare questa avventura.
Parto dall’inizio.
Sigla un po’ techno, un po’ elettronica, un po’ groove, un po’ facciamo prima che ve la cercate in internet e così capite cosa voglio dire (comunque ora è la mia suoneria, finché non cambio di nuovo idea). Animazioni pixellose, come in un videogioco 8 bit. Chiusura con il rumore di errore di un vecchio Windows (era il 95 o il 98? che poi magari lo fa anche Xp, ma ogni persona sana di mente ha eliminato i suoni del sistema da tempo immemore, quindi è facile fare confusione [che confusione sarà perché ti amo, cantavano i Ricchi e Poveri – poveri deficienti, aggiungo io, se sono innamorati dei prodotti MS]).
Okay, la sigla è promossa a pieni voti.
Inizio dell’episodio.
Un baffone con sguardo severo, capelli impomatati  e le mani giunte (giunte dove? e da dove sono partite?) fissa la telecamera da dietro alla sua scrivania.
Zoom out.
Il baffone inquadrato è in realtà solo una foto. Appesa nell’ufficio. Del baffone. Che fissa la telecamera con lo stesso sguardo severo.
Ok, la cosa è talmente assurda che mi parte un sorrisino (i noti surgelati non c’entrano, sia chiaro), quando un brivido freddo fa il centometrista lungo la mia schiena (viste le dimensioni, in realtà al massimo puà essere un centocentimetrista, ma sorvoliamo): risate registrate! Il mio peggior nemico! Il lato oscuro della Forza! Lo sforzo! Può una comedy essere divertente nonostante le risate registrate? Ora conosco la risposta, ma all’inizio della visione ero ancora parecchio incerto e turbato, serbando tutte queste cose nel mio cuore (cit.).
Manco il tempo di finire queste elucubrazioni (durata percepita: 15 minuti; durata reale: 2,7 secondi) che la puntata prosegue (ovvio! e che, stanno ad aspettare me? mica lo trasmettevano in tv se metà dell’episodio era un fermo immagine che lasciasse alle persone il tempo di ponderare sui massimi sistemi).
Rapidissimo scambio di battute tra il baffone impomatato e una (evidentemente) neoassunta: “Sei spaventata?” “Un pochino” “Beh, non dovresti” “Allora no” “Beh, dovresti” “Ehm, un pochino in effetti” “Dovresti!” “Sì” “Non dovresti!” “No” e così via.
Rapido, assurdo, non sense. Oh, non per ripetermi, ma qui sento puzza di Monty Python (in realtà è l’intero humour inglese che è debitore di questo eccezionale gruppo comico – mentre da noi chi abbiamo? il Bagaglino? Meritiamo di marcire tra i nostri stessi escrementi, fermentando e nutrendoci esclusivamente delle nostre stesse secrezioni). E la cosa mi ben dispone per proseguire nella visione della puntata.
Spoiler: entro fine giornata ho visto per intero le prime due stagioni e la prima puntata della terza.
Ho smesso solo perché hanno iniziato a sanguinarmi gli occhi (metaforicamente, eh, mica sono una statua della Madonna [inteso come raffigurante l’effigie della Madonna, non come statuetta estremamente apprezzabile]).
Trama (che in una comedy è sempre una cosa che importa fin lì): Jen è una neo-assunta che non capisce niente di computer e che diventa la responsabile del settore IT di un’azienda (la Reihnholm Industries). Nel settore IT lavorano due nerd: Moss, una persona incredibilmente brillante (ma completamente incapace -e disinteressato- nelle relazioni interpersonali) e Roy, un tizio che vorrebbe una vita sociale, ma non riesce ad uscire dal ruolo stereotipato dello sfigatone.
I più assidui frequentatori di comedy avranno già drizzato le antenne: ma anche “The Big Bang Theory” è così! E in effetti, basta sostituire Leonard a Roy, Sheldon a Moss e Penny a  Jen e riconosciamo subito un topoi narrativo tutt’altro che innovativo.
Ma c’è una differenza sostanziale tra “The IT crowd” e “The Big Bang Theory”: il primo fa ridere. Molto.
Le citazioni per nerd-geek-sfigati-orgogliosi-di-esserlo ci sono e sono tante, ma la cosa bella è che sono messe lì, sullo sfondo, tanto perché chi possa capirle le capisca, senza essere sventolate ogni due per tre. Gli adesivi di Ubuntu sullo schermo di Moss e le magliette  Roy (compresa quella mitica in cui Mao agita il suo libretto rosso con lo slogan di RTFM) sono solo dei complementi d’arredo: chi sa di cosa si sta parlando li riconosce (ed è un bel gioco cogliere quante più citazioni possibile!), ma chi non ha idea di cosa si sta parlando vede solo un ufficio caotico e dominato da poster, adesivi e modellini “da nerd”.
Le situazioni a cui assistiamo sono degne del teatro dell’assurdo: i fumatori che sono confinati come se fossero nell’ex URSS, lo stressantissimo corso anti-stress, i goth che sono persone nonostante abbiano il colore della pelle bianco (!!), l’invio di una mail per segnalare un incendio (che viene scritta e riscritta perché non si trova il tono giusto). Ma giusto per citarne alcune, eh. Qua ce ne sono a tonnellate.
E poi oneliner che sono semplicemente entrate nella coscienza collettiva del mondo civilizzato. Uno per tutti: “if you type google into google you can break the internet!”.
Pare che la serie sia stata anche tradotta in italiano (anche se non ne sono sicuro), ma la visione in lingua originale merita soprattutto per il tono di voce spesso esasperato di Jen, per l’accento irlandese di Roy e -soprattutto- per la voce assurda di Moss (sì, se sentite la sua voce mentre risponde al telefono, probabilmente sono nelle vicinanze e mi è appena arrivato uno sms). Che poi la puntata in cui Jen si improvvisa traduttrice di italiano come diavolo la adatteranno? Vabbè, lasciam stare.
In una parola: consigliata? Assolutamente sì (orpo, ne ho usate due – pazienza).

Bonus: siccome i merigani sono fatti un po’ così, qualcuno di loro ha visto questa serie e ha detto: “sai che c’è? Ne facciamo una uguale”. Ci hanno provato con TBBT, ma il risultato è stato quel che è stato (anche se in termini di ascolti penso che la scelta si sia rivelata lungimirante – ma noi snob ce ne freghiamo degli ascolti). Vista l’anda e visto che il fenomeno nerd tira più di un carro di buoi (ma meno di un pel di origine del mondo), hanno provato a riproporre una versione merigana della serie. Stesso titolo, stesso copione, stesso tutto. Solo recitato con accento merigano. Interessantissima variazione sul tema, proprio. Mi ricorda una cosa vista un po’ di tempo fa con “Giù al nord” e “Benvenuti al sud”. Ora apro una parentesi (che richiudo subito): ma che gusto ci potrà mai trovare una persona a vedere due film/telefilm uguali, con gli stessi identici dialoghi, cambiati giusto qua e là? Ma perché? Se un film/telefilm mi è piaciuto, mi riguardo l’originale. Se non mi è piaciuto, non mi piacerà neanche l’imitazione. E non è che il biglietto costava meno per chi avesse già visto una delle due versioni. Mah, sta roba non penso riuscirò mai a capirla.
Comunque, tornando a “The IT crowd [US]”: Richard Aoyabe ritorna nella parte di Moss e Joel McHale subentra nella parte di Roy (ricordiamo quanto bene vogliamo a Community e, per estensione, a tutti gli attori che ci hanno a che fare – Jeff tivibì, platonicamente). Altri attori noti? Sicuramente, ma io nella mia ignoranza non conosco nessun altro, quindi fottesega.
Com’è andata a finire?
Un pilot è stato girato, è stato visionato dall’emittente (mi pare NBC – non ho voglia di andare a controllare) e i capoccia hanno dato una risposta del tipo: “Uh, ma che bello! Però no. Ciccia”.
Ma e questo pilot? Sarà perso in qualche polveroso cassetto di qualche polverosa emittente del polveroso deserto statunitense? Moriremo attanagliati dalla curiosità di sapere come sarebbe stato se?
Ma stiamo scherzando? Nell’era di Internet è possibile rintracciare anche quel video imbarazzante di te che vomiti durante la cresima, figuriamoci se non si riesce a trovare un pilot.
Ladies and gentleman, follow the link!
PS: consiglio spassionato: non guardate il pilot merigano prima della serie inglese, altrimenti rischiate che vi passi la voglia di vedere l’originale – e sarebbe davvero un peccato.

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Doctor Who S05E07 – Amy’s choice

Puntatona ona ona!
Amy e Rory sono sposati da 5 anni, che, guarda caso, è lo stesso periodo da cui hanno iniziato a condurre una vita normale. Piccole differenze dall’ultima volta che li abbiamo incontrati, segno che il tempo passa? Rory si è fatto crescere un ridicolo codino (per compensazione di qualcos’altro? ‘ste associazioni coda/codino mi riportano al sense of humour britannico che pervade comunemente gli studenti delle scuole medie). Ah, sì, e poi c’è Amy che è estremamente incinta. E qui si sente Rory che grida una roba del tipo “Compensazione, eh? Intanto io ho fatto diventare Amy un tempio della vita! Codino o non codino!”. Mestamente mi allontano, meditando un nuovo taglio di capelli.

Ok, ritorno di fronte allo schermo (umiliato e offeso, come direbbe il mio amico Fedro) giusto in tempo per assistere all’irruzione del Dottore nella spensierata vita della coppia di teneroni.
Con la sua solita discrezione, il Dottore inizia a sfottere le dimensioni della panza di Amy (MAI prendere in giro la panza durante la gravidanza, lo dice pure il proverbio – comunque tranquilla Amy, io TVB lo stesso [io ti apprezzo anche mentre/son quadruplicate le dimensioni del tuo ventre]).
Un po’ di chiacchiere e poi, così, con non-chalance, i tre si addormentano e si risvegliano sul Tardis, 5 anni prima.
“Ohibò, che sogno bizzarro ho fatto”, “È lo stesso che ho fatto anche io”, “E pure io”, commentano basiti i tre.
“Non è così strano” aggiunge una quarta voce.
“Come, una quarta voce? Ma non siamo in tre?”.
“Evidentemente no”.
Signore e signori, il Signore dei Sogni. Quest’omino, che si fregia di un appellativo che sembra il titolo di una canzone di Neil Sedaka, in realtà si rivela essere un temibile nemico per il Dottore e la sua ghenga (almeno per una mezz’oretta, eh).
Ok, in sostanza: da una parte c’è il sogno, dall’altra la vita reale. In entrambi il gruppo deve affrontare un pericolo mortale.
Se muoiono nel sonno, si svegliano tutti nella realtà. Se muoiono nella realtà, beh… muoiono.
Sta al gruppo scegliere quale delle due situazioni è reale e quale è finzione (oh, a me sembra la trama per un episodio de “Il prigioniero”, tanto per dire – e sbavo già all’idea che il Dottore possa mettersi ad urlare “Io non sono un numero, sono un uomo liberooo!”).
In realtà gentilmente il Dottore sbologna la scelta ad Amy, forse per farsi perdonare il continuo sfottere le titaniche dimensioni del ventre della ragazza (se sfotti la donna ripiena essa diventa una iena, come insegna un altro noto proverbio).
E quindi da una parte il Tardis che sta per essere risucchiato da una stella fredda (don’t ask), mentre dall’altra ci sono delle gang di vecchiette che imperversano (come nei Monty Python!) per il paese, risultando letali a causa di alieni con la fiatella-inceneritore (don’t ask, again).
Bella la risoluzione, bello il finale, bello tutto, dai. Un gran bell’episodio stand alone, tanto divertente, quanto cervelloticamente schizzato.
Unico neo relativo al finale (per cui occhio allo spoiler).
<spoiler>
Ma se sono entrambi sogni, non c’è nessun pericolo fin dall’inizio. Cioè, tutta sta tensione per un nonnulla? Vabbè, dai, l’importante è che non si sia fatto male nessuno (cit.). Temibile nemico un cavolo, proprio. È più pericolosa Amy da arrabbiata (se ti arrabbi mentre hai la pagnotta in forno, mi allontano 9 mesi e poi torno, citando il diffusissimo proverbio ).
</spoiler>

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Doctor Who S05E06 – The vampires of Venice

E alla fine il Dottore scopre che Amy e Rory si debbono sposare e decide di regalare loro un viaggetto romantico (in tre). La sua innata discrezione lo porta a presentarsi a Rory al suo addio al celibato, sostituendo una spogliarellista dentro alla torta (!) e cogliendo l’occasione per dire in modo poco riservato che lui e Amy si sono baciati (lo dice davanti a tutti gli invitati!).
Comunque.
Visto che la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, anche il viaggetto tranquillo nella Venezia (mille)cinquecentesca si trasforma in un incubo costellato di vampiri.
Come l’altra volta (solo che si era a Londra e gli antagonisti erano streghe – qui il link manca, che ho iniziato a scriverne giusto dalla puntata dopo), uno pensa che i cattivi siano vampiri, ma si fa presto ad intuire che si tratta di alieni che mirano a far danni (in questo caso vogliono allagare Venezia – sai che novità, ci aggiungo io).
In realtà sono uomini-pesce. O, meglio, una donna-pesce che ha tipo un milione di pescetti che aspettano la fregna adatta per riprodursi e crescere. Le donne non adatte sono usate invece come concime. Alla faccia della misoginia.
Ovviamente Amy farà da esca per riuscire a sventare il piano alieno, grazie all’aiuto di un gondoliere che ha perso sua figlia (e pure la dignità, quando si ritrova ad indossare la maglietta dell’addio al celibato di Rory).
Poi, alla fine si sa come va, casino, il Dottore si fa aiutare da Amy e da Rory e risolve la situazione.
Rory promosso a companion full time, il trio lascia Venezia, mentre il Dottore nota un silenzio anormale (figuriamoci, se si abitua a viaggiare con quei due se si sentirà ancora, un po’ di silenzio).

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