Monthly Archives: October 2013

Doctor Who S05E12 – The Pandorica opens

Dopo un cold open della Madonna, in cui River fa succedere letteralmente l’impossibile (no, dai, non è così “letteralmente”), ci troviamo con la nostra ghenga (composta dal Dottore, da Amy e da una River raccattata per l’occasione) nei pressi di Stonehenge ai tempi degli antichi romani. Per dirla semplice: c’è la gabbia che contiene l’essere più potente dell’universo. E chi ci sarà mai lì dentro?. Tanto fra un po’ si apre e vediamo.
Piccolo problema: Stonehenge è tipo una mega antenna e praticamente tutti i nemici del Dottore hanno origliato e compreso che la Pandorica (sta gabbia) sta per aprirsi.
“Ecché, e chi sono io per non andare a dare un occhio?” pensano i Dalek. Ma il problema è che lo pensano pure i Cybermen, i Sontaran e praticamente tutti gli altri con i nomi impronunciabili e/o platealmente ridicoli.
E quindi?
Vabbè, mezzo spoiler, però dopo un tot di cose ci troviamo di fronte ad un cliffangerone della Madonna (stesso commento che ho fatto all’inizio: bella puntata o sto perdendo capacità espressive?): il Dottore imprigionato nella Pandorica, River imprigionata nel Tardis che sta per esplodere, Rory è tornato (come pezzo della fantasia di Amy) e però per sbaglio ammazza la sua morosa (sort of), tutti i nemici del Dottore son lì d’accordo per evitare che si liberi. E se il Tardis arriva ad esplodere, oltre a dispiacermi perché ormai sono affezionato alla cabina blu, c’è anche un tenue effetto collaterale (che è tenue come l’intestino: ovvero ripieno di cacca): l’universo intero esplode.
Che, oh, io sono affezionato pure a questo universo.
E quindi?
Cliffanger!

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Orfani #1

orfani_1In rete c’era parecchia attesa per questo albo. Vuoi perché la Bonelli ha iniziato un nuovo corso, vuoi perché è la prima serie fantascientifica della Bonelli (lasciam perdere Nathan Never e Legs Weaver, che hanno un approccio completamente differente), vuoi perché è la prima serie della Bonelli interamente realizzata a colori (che poi verrà raccolta in volumi prestigiosi da libreria dalla Bao -bravi, bella idea-). Insomma, in questo post, come abbiamo capito, la parola Bonelli verrà ripetuta ovunque.
Insomma, le aspettative erano tutte per la discontinuità con un passato che permette comunque alla Bonelli di essere una delle principali case editrici italiane.
E così, come un ragazzetto, mi approccio a questo nuovo corso della storia, per poter dire ai miei figli “Io c’ero, e non sono rimasto indifferente”. Qualcosa di epico, come essere uno dei primi a decretare che hanno ucciso l’Uomo Ragno (grazie Max).
Bene, allora, l’effetto di leggere un albo Bonelli a colori è effettivamente strano, specie per il tipo di colorazione usata (gli ultimi albi a colori della Bonelli che avevo visto avevano tutte tinte piatte, ma del resto si parla di fine anni 90, immagino che qualcosa sia cambiato anche dalle loro parti).
Il comparto estetico resta comunque ineccepibile: bello il mecha, belle le ambientazioni, “belli” i personaggi. Se ci fermassimo qui, potrei dire a sto fumetto una roba del tipo “Sei un mito” (grazie Max).
Purtroppo devo dire che nel complesso l’albo è stata una mezza delusione: la storia è piuttosto piatta, insipida e i dialoghi sembrano scritti da un adolescente.
La storia si divide fondamentalmente in due tronconi: l’infanzia di questi sopravvissuti, che vengono messi alla prova per diventare dei super soldati, e un salto avanti nel tempo (dai tempi di Lost non si può più evitare di usare il termine flash-forward) dove gli orfani sono effettivamente diventati dei super soldati.
Le lamentele relative alla prima parte: i ragazzetti devono superare delle prove per arrivare al campo base ed essere ammessi al corso.
Tralasciando i caratteri dei protagonisti, che sono i soliti stereotipi tagliati con l’accetta (l’ascia o l’accetta? come il famoso quiz!), qui assistiamo ad un’occasione sprecata.
Si arriva al campo base dopo solamente una “prova” difficile superata, mentre avrebbe potuto essere più interessante lasciare il gruppo a vagare per un po’, in modo da mostrare meglio le dinamiche del gruppo. Affrontare prove sempre più difficili per delineare in modo indiretto i caratteri dei personaggi. Non si fa così?
La seconda parte invece si legge tipo in 3′: un po’ di azione e ‘sti super-soldati che non fanno che ripetere quanto si stanno divertendo a fare il loro lavoro e ad ammazzare gli alieni, perché loro sono forti e fichissimi e scommetto che quando ci sono le esplosioni, neanche guardano, come nelle locandine dei film action. Ah, l’ho detto che ripetono tipo trecento volte a vignetta quanto si divertono nel fare i duri?
Mah.
Poi, per carità, giudicare una serie dal primo numero è sempre azzardato. Era comunque lecito aspettarsi qualcosa di più.
Forse mi sono abituato troppo bene con gli ultimi fumetti che ho letto. O forse semplicemente non sono il target giusto per questo prodotto.
Comprerò il secondo numero?
Diciamo che può essere anche di sì, più che altro per dare una seconda chance.
Ma è possibile anche che me ne dimentichi totalmente.
E non avrei comunque nessun reimpianto, nessun rimorso (grazie Max).

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The IT Crowd – The last byte

Moss è tornato! Roy è tornato! Jen è tornata! Mr. Reinholm è tornato!
Sentivamo tutti la nostalgia delle loro voci, delle loro facce e delle cretinate che si ritrovano a combinare.
Questo maxi-speciale dura la bellezza di 40 minuti, l’equivalente di una doppia puntata.
Lo scopo era quello di dare una degna conclusione ad una serie che ha fatto scompisciare milioni di miliardi di persone.
Queste le premesse, note ai più. La vera domanda resta: ma fa da ridere? E quanto?
La risposta è più complessa di quanto si possa immaginare.
I primi 20 minuti prendono i personaggi che sono stati affinati in quattro esilaranti e assurde stagioni e li estremizzano, esacerbando l’idiozia di ognuno.
E così, tra pantaloni da donna che donano la sicurezza, furgoni con le tette sul cofano e razzismo verso le donne povere e i diversamente alti, siamo rapiti in una carambola di ghignate non indifferente.
Lo stacco netto arriva con la seconda parte, che vuole essere la conclusione vera e propria di quanto seminato finora.
E quindi si infiacchisce un po’ il tutto, perché c’è più concentrazione nel fare l’occhiolino ai fan di vecchia data, facendo citazioni e facendo riapparire personaggi (tutt’altro che) dimenticati, che nel tirar fuori materiale innovativo.
Tutto sommato, però, un po’ di autoreferenzialità si può e si deve perdonare, perché nel complesso si ride tanto e si ha la sensazione di un ciclo chiuso nel modo giusto.
Pace dell’anima. Ma ridendo.

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