Watching the Watchmen

watching the watchmen

 

So già che la barba di Alan Moore disapprova. Ma la tentazione è troppo forte! Rischio di essere colpito da uno dei sortilegi del nostro stregone preferito, ma non posso esimermi dal comprare questo volumone.
Da notare il verbo comprare: non ha senso pescare un libro come questo sul torrente (ammiccamento ammiccamento) della vita, nè tantomeno è un libro da prendere in prestito per essere visionato temporaneamente.
Qui siamo più vicini al mondo dell’arredamento e del design che al semplice mondo della letteratura: anche le librerie più tristi trarranno giovamento dalla presenza di questo volume.
Edizione lussuosa e lussuriosa, la parte scritta si legge in un attimo: qualche aneddoto, tra il simpatico e il bislacco, tutto per inquadrare la precisione maniacale con cui ogni cosa è stata attentamente ponderata e valutata durante la creazione di una delle più grandi opere (a fumetti) mai realizzate. Un esempio abbastanza emblematico: in uno dei primi numeri, Rorschach si frega delle zollette di zucchero da casa di Night Owl; in uno degli ultimi numeri, quando i due sono in Antartide, il colorista si è preoccupato di riprodurre lo stesso colore per la carta della zolletta, tenendo conto del diverso indice di rifrazione che ci può essere in una cucina poco illuminata e in un deserto di ghiaccio.
Ci sono poi  tutte le preparazioni delle mappe della città, dei disegni degli edifici, della rotazione della boccetta di profumo (in relazione al cielo stellato sullo sfondo!) per mantenere una costante coerenza interna.
Oppure si può tirare un sospiro di sollievo nel vedere la prima versione del costume di Rorschach (una tuta a macchie) o la prima versione del costume di Silk Spectre 2, che rischiava di farla sembrare un mignottone… No, niente, quello è rimasto anche con la seconda versione. O la spilla del Comico, aggiunta quasi per sbaglio per completare un costume eccessivamente serioso e diventata poi il simbolo della serie stessa.
Questo volume è imperdibile per tutti coloro che hanno letto (e amato) Watchmen (tra l’altro mi pare che i due insiemi siano perfettamente sovrapponibili).
Non è solo per ciò di cui ho appena parlato: ma è anche (e soprattuttto) per i meravigliosi disegni di Dave Gibbons, riprodotti come meritano su un volume extralusso.
I vostri occhi lacrimeranno latte e miele dal piacere*.

* potrebbe non accadere realmente.

Advertisements
Tagged ,

Ogni maledetto lunedì su due

ogni maledetto lunedì su dueVersione lunga:
Quando mi trovo a commentare i libri di ZC tendo a non avere molto da dire se non sbavare dicendo frasi senza senso tipo “Gigaficus”, “Mirabolante”, “Accattatevillo” accompagnate da altre forme di lode più o meno dirette.
In questo caso non mi discosto molto dal solco tracciato con le mie opinioni (che restano comunque sempre un punto di riferimento nazionale, sia chiaro) sulla Profezia dell’armadillo e sul Polpo alla gola.
La differenza principale rispetto ai precedenti volumi è che in questo caso avevo già letto praticamente tutte le storie. E, oh, mi son ricordato di una cosa: sono di uno spassoso inverosimile. Cioè, il blog è fermo da un po’ e uno poi magari si dimentica, ma si tratta di uno dei fumetti più brillanti degli ultimi anni (il giudizio è ovviamente di parte, visto che -cosa rara- mi sembra di sentire le storie di un amico, di uno che è cresciuto nello stesso humus culturale; diciamo che se fossi capace di disegnare e di scrivere i testi di un fumetto come lo fa lui, mi sembra di leggere quello che farei io – brutta bestia l’immedesimazione [per non parlare dell’abuso delle subordinate]).
Sento già le voci dei miei amici col braccino corto: “Sì, vabbè, e perché spendere soldi a prendere un libro quando il blog di ZeroCalcare è gratis?”.
I miei amici col braccino corto e che si dilettano con l’informatica non perdono tempo e rispondono stizziti: “Per avere forse una copia offline di queste bellissime striscie? Ma non basta uno scriptino con wget e poi con un solo comando aggiuntivo togliamo tutte le robe in più e le impaginiamo e ci facciamo pure saltar fuori un epub, un mobi e un pdf”.
Al che arriva il mio turno. Per prima cosa, rispondo con un ceffone (e che è sto modo di parlare sittanto tracotante? e poi il blog è come l’utero: è mio e me lo gestisco io!).
In secondo luogo, argomento con un sillogismo:
– Zero sta cercando di mantenersi (anche) scrivendo fumetti.
– I suoi fumetti mi piacciono.
– Per cui io pago per averli (così lo incentivo a crearne ancora di più).

Poi, oh, magari il sillogismo è debole: ZC si sfonda di soldi, scappa su un’isola tropicale e non ha più storie di vita vissuta da raccontare. Quindi se mi piacciono le sue storie, non dovrei comprare i suoi libri. Però se poi si smarona, magari smette.
Oh, in un modo o nell’altro, siamo nelle sue mani.
Vabbè, io ormai il soldo l’ho cacciato, quindi ormai non fa più molta differenza.
Ah, bonus: alcune tavole inedite intramezzano le storie già pubblicate.
Niente di spettacolare, onestamente (le tavole aggiuntive, intendo).

Versione corta:
Gigaficus! Mirabolante! Accattatevillo! Altre forme di lode più o meno dirette!

Tagged ,

Wolverine

wolverineHah! La scorsa volta sono stato fregato, ma ‘sto giro ho controllato bene. Cercavo un classico, una delle pietre miliari dei comics mmerigani e, vedi un po’, l’ho trovata.
Franchino Fresa e Cristiano Chiaromonte creano la pietra miliare su cui è fondata la figura di Wolverine, solitario giustiziere che è il migliore a fare quello che fa, anche se quello che fa non è bello.
E così assistiamo alla trasferta di Logan in Giappone, in una serie che, tra una scazzottata e l’altra, tratta temi come l’orgoglio, l’onore, la giustizia, razionalità e istinto, umanità e bestialità, ipertricotismo e basette ubercool.
In più ci sono i ninja (sottilissima la metafora di Wolverine che sconfigge la Mano e gli istinti primordiali -quindi anche gli stimoli prettamente onanistici- e arriva ad evolversi come uomo trovando l’amore vero), un triangolo amoroso, Yakuza, spie, dialoghi e commenti verbosissimi (altro che i fumetti di oggi che sono tutti splashpage – grazie Chris). Il tutto disegnato da un Frank Miller che non è ancora andato alla deriva stilistica (alcuni definiscono l’evoluzione del suo stile “maturità” – ma non scherziamo, via).
Capolavoro? Probabilmente no.
Ma si gode, almeno? Decisamente.

Tagged , ,

Daredevil: reborn

daredevil rebornDaredevil: reborn (noto nella nostra ridente penisola anche come “Devil Renato”) è una mini in 4 numeri. 4 numeri da 24 pagine l’uno per un totale di 96 pagine che si leggono in, quanto, venti minuti? Stiamo parlando mediamente di una dozzina di secondi a pagina. Considerando che in mezzo ci sta pure lo scoglio dell’uso di una lingua non natìa (anglais) e pure una pausa pipì, i tempi di lettura si approssimano a quelli che aveva Supervicki.
Vabbè, insomma, forse mi ci sono avvicinato con aspettative troppo alte. Anzi, se vogliamo essere proprio onesti, diciamo che ho proprio cannato di brutto. Quello che volevo leggere io era Daredevil: born again, ma ho fatto confusione con i titoli (che imbarazzo! Ma anche sti autori di comics, un po’ di fantasia, no?). E così, invece di uno dei capolavori di Miller, mi ritrovo a leggere sta minchiatina.
Che si riassume in un pugno di parole, eh: Matt Murdock non vuole più essere Daredevil, ma arriva in un paesino dove non riesce a tenere chiusi gli occhi davanti alle ingiustizie palesi (pardon, intendevo dire ignorare) che si consumano sotto il naso di tutti senza che nessuno si ribelli. Scalcia un po’ di chiappe, aiuta un regazzino a crescere e alla fine <spoiler> vince i suoi demoni interiori e torna a vestire i panni di Daredevil. <spoiler>
Dici: tutto qui? Tutto qui.
I disegni sono piuttosto meh, lo spessore delle motivazioni di Murdock è uguale a quello della carta igienica monovelo del discount, i dialoghi ci possono anche stare.
Un brutto fumetto?
No, dai, ho letto roba peggio. Diciamo che se non avete proprio niente di meglio da fare e volete riempire una pausa pubblicitaria durante il vostro film/telefim preferito, beh, potrebbe anche essere.
Se cercate di più, beh, cercate meglio.

Tagged , ,

Chokladkrokant Bredbar

chokladkrokant bredbar

IKEA, landa delle mille promesse, solo che te le devi costruire da solo. Quale migliore metafora per parlare della vita? E, sì, lasciam fuori di metafora il fatto che nonostante tutti i tuoi sforzi, ad un certo momento i pezzi si sfaldano da soli perchè sono fatti in truciolare di bassa qualità. Oh, a parte ste cose (che io mica ho niente di cui lamentarmi delle robe IKEA che ho preso fino ad adesso, neh), c’è una sezione del punto vendita che esercita un fascino calamaro/calamitico/mitico o, più semplicemente, irresistibile nei miei confronti. Non mi sto certo riferendo alla sezione candele profumate (il buon Iddio protegga la mia virilità, nonostante tutto il tempo che ho trascorso a bruciarmi i recettori olfattivi nelle folli scorribande della Signora in Polenta e Computer, mai sazia di nuove essenze).
Sto evidentemente parlando del negozietto di alimentari protosvedesi dell’IKEA. La prima volta che ne ho sentito parlare ho ironizzato pensando che le patatine in sacchetto fossero fatte con i trucioli avanzati. Simpatico, vero?
Poi ho assaggiato le patatine alla panna acida e la mia reazione è stata più o meno: “CHISSENEFREGA SE SONO FATTE IN TRUCIOLATO NE VOGLIO ANCORA OMG SONO UNA DROGA VOGLIO MORIRE DI INDIGESTIONE DI QUESTE STUPENDE MERAVIGLIE ORGASMOTRONICHE”.
Da lì in poi, ogni occasione veniva buona per andare a comprare qualche delizia gastronomica con la scusa di rifare il mobilio di casa (sono perfettamente consapevole della stupidità e dell’illogicità della mia precedente affermazione).
Con mio sommo dolore, ultimamente hanno tolto dai banchi gli assaggi gratuiti dei prodotti, riducendo del 700,01% (percentuale stimata) l’apporto calorico conseguente alle mie visite presso l’IKEA.
Vago con la coda tra le gambe (si badi, è una metafora della mia tristezza, non sto facendo menzione indiretta della mia virilità), quando la mia attenzione viene rapita da -pathos!- un mostro di cioccolato-ricoperto-di-pezzettini-indefiniti. Prendo in mano il barattolo di crema al cioccolato spalmabile in cui è riportata la promettente effigie e prontamente traduco dallo svedese che i pezzettini indefiniti in questione sono composti di caramello.
OK, è fatta: non posso lasciare sullo scaffale una simile leccornìa, sarebbe contro la convenzione di Ginevra, sarebbe un oltraggio alla Corte, sarebbe come commettere contemporaneamente tutti i peccati capitali.
Giunto alla turbocaverna, mi approccio al rituale di apertura del vasetto con tutta la solennità di cui sono capace.
L’epica di Wagner come sottofondo musicale aiuta.
Svito il tappo, annuso il contenuto.

Pensavo meglio. Vabbè, dai, le aspettative erano oggettivamente alte.
Il colorito è scuretto (comunque è meglio scuro piuttosto che il marrone Nutella – aumentano le probabilità che sia stato usato del cacao vero), ma non posso fare a meno di notare come la presenza del caramello, vero selling point del barattolo, abbia un effetto visivo piuttosto sgradevole.
Oh, ma alla fine, chissenefrega, ahò. Sta roba qui l’abbiamo presa per magnarla, mica per star qui a disquisire di profumi o di apparenza.
E quindi, via, con una sonora scucchiaiata.
Il mostro di cioccolato-ricoperto-di-pezzettini-indefiniti-rivelatisi-poi-essere-caramello disegnato sull’etichetta prometteva una bontà quantomeno mostruosa, e invece l’unica cosa mostruosa che resta è la delusione: il cioccolato è troppo dolce, stucchevole, ha un gusto tipo il temibile Milka, mentre il caramello non è armonizzato e sembra di star lì a masticare pezzettini di zucchero bruciacchiato.
Decisamente bocciato (poi, oh, nonostante tutto, il vasetto non ha visto l’alba del giorno seguente, ma questa è un’altra storia [non lascio testimoni nelle mie prove culinarie]).

Tagged

Doctor Who S05E10 – Vincent and the Doctor

Il Dottore ed Amy vanno ad una mostra di quadri e decidono di andare a trovare Vincenzino. No, non il ragazzo che mette il pomodoro e la mozzarella sulla pasta nella pizzeria take away dietro casa mia. Vincenzino Van Gogh (fun fact: scopro che tutti gli anglofoni lo pronunciano vangoff, che se gli cambi l’accento sembra un personaggio di un romanzo russo). Insomma, il pittore rosso-di-capelli-ma-non-necessariamente-proveniente-dalla-festa-dell’unità ci prova (pesantemente) con la nostra rossa (ginger!) preferita, ma lei glissa cordialmente dicendo che non è una tipa da matrimonio (ah, che sottile rimando alla cancellazione di Rory dall’universo). Ah, sì, ovviamente c’è un mostro alieno. Che però non è cattivo, è solo che è cieco. Ed è pure invisibile. E l’unico a vederlo è Vangoff. As usual tutto si risolve per il meglio. Bonus: il dottore fa intravedere a Vincenzino la gloria futura che lo aspetta.
Il tutto dando l’impressione di voler trascinare una trama più del dovuto per riempire lo slot assegnato, ma tant’è.

Tagged ,

Doctor Who S05E09 – Cold blood

Ah, che fine giuoco di parole sotteso dal titolo di questo episodio: il sangue freddo a cui ci si riferisce non è solo quello che circola nelle vene delle lucertolone della scorsa puntata (che ora sono molte di più), ma anche quello che NON hanno gli umani che son rimasti in superficie a vigilare sull’ostaggio. E, infatti, tale ostaggio accidentalmente muore per uccisione. Oh, se l’è cercata: non la finiva più di scassare gli zebedei.
Intanto il Dottore è sceso nel sottosuolo, Amy si è liberata senza farsi sfregiare, si tenta un accordo delle parti per evitare una guerra e per fare un mega inciucio di larghe intese per la convivenza umani-lucertole, tutto il piano va a fare una gita in montagna quando si scopre della morte dell’ostaggio, fuga, pericolo, le solite cose. Ah, sotto terra appare di nuovo la crepa. E Rory muore. Amy bellamente se ne sbatte (ma solo perché non si ricorda più di lui – più o meno come fanno tutte le ex che ti lasciano). Gli altri si salvano più o meno tutti.

Tagged ,

Doctor Who S05E08 – The hungry Earth

Il Dottore, Amy e Rory fanno un viaggetto nel futuro. Non tanto avanti, giusto quei 5-6 annetti. Destinazione: Rio! Ehm, no, in realtà per qualche strano motivo non assisteremo al carnevale delle chiappe mulinanti (proprio strano, eh?), mentre invece ci ritroviamo in un paesino dimenticato da Iddio. Secondo me qualcosa qui sta per succedere, l’è minga pussibil che non succeda niente per tre quarti d’ora in un serial tv. E infatti. Assistiamo ad un piccolo staff di scienziati che cerca di realizzare il buco più grande del mondo (e senza avvalersi della collaborazione di Rocco Antonio Tano detto Siffredi). E cosa c’è in fondo al buco? PROBLEMI! Il terreno comincia a mangiare le persone (tra cui Amy), Rory si trova ad interpretare la parte del detective per far luce sulle sparizioni misteriose, mentre il Dottore fa quello che fa di solito (corre e cerca di salvare tutti).
In realtà il problema è che nel sottosuolo vivono ste lucertolone antropomorfe dagli intenti piuttosto bellicosi (aspettative tradite: le lucertole vedono un paio di stivali in pelle di coccodrillo, gridano disperati “Ziooooo!” e fanno partire la guerra). La ghenga riesce a prendere una di queste lucertole da utilizzare come ostaggio. Nel frattempo Amy sta per essere aperta come una mela cotta da uno dei lucertoloni. E, diciamolo, si capisce subito che è uno stramboide: gli interessa di più segare la nostra rossa preferita piuttosto che trapanarla. Hangover!

Tagged ,

John dies at the end

jdate

David Wong scrive per Cracked. Ora, Cracked lo dovrebbero conoscere tutti, ma siccome l’internet è un posto parecchio grande, c’è sempre chi le cose non le sa. Spiegone (breve): Cracked è un sito internet che si raggiunge cercando su google la parola cracked (l’iniziale maiuscola è ininfluente nel risultato della ricerca) e poi cliccando su “Mi sento fortunato”. È possibile anche cliccare su “Cerca”, ma poi bisogna anche cliccare il primo risultato che esce. Per i più smaliziati, si può arrivare a destinazione anche inserendo nella barra degli indirizzi (lo spazio bianco in alto dove si scrivono… uh, gli indirizzi [quelli dell’internet, non quelli di casa, mi raccomando!]) la dicitura “cracked.com” (senza virgolette), seguita dalla pressione del tasto invio. Se sul vostro pc è installato un browser particolarmente arretrato, prima della scritta “cracked.com”, bisogna apporre la seguente stringa: http://www., in modo che il risultato finale sia http://www.cracked.com , seguito dalla pressione del tasto invio (il tasto invio è quello che sulla tastiera ha la forma che assomiglia al pezzo a L di Tetris). Se avete una tastiera americana, il tasto Invio potrebbe essere chiamato Enter. Se avete IE6 (Internet Explorer 6) lasciate perdere (intendo la navigazione nell’Internet in generale). Oh, io son qui per commentare un libro, mica per fare lezioni di informatica.
Dunque, se dopo immani sforzi siete riusciti ad arrivare al sito di cui stavamo parlando E contemporaneamente conoscete abbastanza la lingua inglese da leggere un sito i cui contenuti sono -indovinate un po’- in inglese*, ok, è la vostra fine. Benvenuti nelle sabbie mobili della rete. Continuerete a cliccare compulsivamente su tutti gli articoli finchè le vostre occhiaie toccheranno terra e faranno il giro, bussandovi sulle spalle e chiedendovi di andare a dormire.
Per chi non ha il coraggio di provare, ci sono qua io: si tratta di un sito di ridere dove ci sono liste pazzerelle, curiose e financo divertenti, quasi sempre intervallate da dick jokes (che non so come si possa tradurre in italiano, diciamo battute sconce? Allusioni sessuali? Contenuti osè? Scherzi del pazzo? Vabbè, il concetto si è capito).
Perchè questo spiegone (non così breve come avrei voluto)?Perché David Wong scrive per Cracked. Vi ricordate? Ve l’ho detto all’inizio! E leggendo questo libro si vede!
La trama in breve: Dave e John sono due perfetti prototipi degli antieroi: sfigati, menefreghisti e tutte quelle robe lì. Grazie all’uso della Salsa di Soia (una droga che non è veramente salsa di soia, ma non si capisce bene che roba è) iniziano a vedere delle cose che gli altri non vedono, tra cui l’invasione di mostri provenienti da altre dimensioni.
Questa è la trama in due parole (in realtà le parole sono 60, ma è un modo di dire). Vale la pena entrare maggiormente nel dettaglio? Secondo me, meglio di no. Anche perché le cose si incasinano parecchio. E per parecchio intendo dire molto parecchio.
Decisamente più sensato è parlare dello stile di scrittura, che oscilla tra l’horror schifiltoso e l’assurdo, con continui tocchi di citazioni pop e ironia a sporte.
Il mio interesse per JDATE nasce da quel che avevo letto in una mini-recensione (si parlava del film, non del libro, ma il sunto si applica in egual maniera): Evil Dead 2 incontra il Dottor Who.
Oh, e sembra strano, ma ci ha beccato in pieno: alcune scelte richiamano lo schifio, l’orrore (l’orrore, l’orrore – citando Apocalipsnau) e l’ironia grottesca del capolavoro di Raimi, dall’altro lato i paradossi temporali, le creature transdimensionali, i buchi neri che se ci entri a contatto non sei mai esistito, sono temi che ricorrono (più o meno frequentemente) nel telefilm inglese.
In soldoni: trama incasinata, ma che alla fine si dipana. Un po’ action, un po’ fantascienzo, un po’ horror, inevitabile love story, molto di ridere. Stile ineccepibile.
Invidia per David Wong? Alle stelle!
Un pensierino per tutti quelli che non l’hanno letto? È un peccato. Ma non come la lussuria, eh, che è un peccato piacevole.
Una frase conclusiva? Direi che non ce n’è bisogno, mi sembra di aver detto tutto.

* se non sapete l’inglese, state perdendo tempo a leggere sta recensione, ché non mi risulta che esista una versione di JDATE in italiano. Quindi il mio consiglio è quello di imparare l’inglese e poi perdere intere giornate davanti a Cracked e poi approdare a JDATE. Tanto avrete sempre la scusa che l’inglese poi vi torna utile perché fa curriculum e invece lo usate per cuccare le straniere in spiaggia a Riccione.
E alle tre di notte, mentre starete leggendo una lista sulla miriade di motivi che rendono meravigliose le tette, e vostra madre busserà alla porta della vostra stanza, potrete risponderle che state studiando (e sarà quasi come non mentire!).

Tagged

The IT crowd

In rete ho sentito tessere lodi spregiudicate su questa serie. Spassosissima, imprescindibile, un must per tutti i  geek e i nerd. Blalabla. Simili parole hanno tracciato un solco molto profondo nel mio cuore, tanto che mi sono precipitato a recuperare questa serie dopo solo qualche anno da cui l’avevo sentita nominare.
Prima di iniziare la visione cerco un po’ di informazioni preliminari, giusto per tarare le aspettative: comedy (e fin qui), produzione inglese (la cosa mi dispone molto bene), episodi da 25′ cadauno (ottimo formato per le visioni fugaci di chi ha poco tempo), 4 stagioni da 6 puntate (per un totale di 24 puntate – ovvero l’equivalente di una singola stagione di un serial merigano). Ok, in realtà la prospettiva di una serie snella da vedere ha influito molto più delle altre caratteristiche (cioè, voglio dire, mica è come imbarcarsi nella visione completista di tutte le puntate del Doctor Who o di Star Trek: la speranza di finire prima di diventare vecchio c’è anche prima di iniziare).
E quindi, complice una di quelle giornate un po’ così (per “giornate un po’ così” intendo giornata all’ospedale in recupero post operatorio – settoturbinoplastica FTW!), in cui non sai bene se abbandonarti alla noia e al male di vivere oppure dedicarti ad una qualche attività artistico-produttiva-creativa, ho optato per iniziare questa avventura.
Parto dall’inizio.
Sigla un po’ techno, un po’ elettronica, un po’ groove, un po’ facciamo prima che ve la cercate in internet e così capite cosa voglio dire (comunque ora è la mia suoneria, finché non cambio di nuovo idea). Animazioni pixellose, come in un videogioco 8 bit. Chiusura con il rumore di errore di un vecchio Windows (era il 95 o il 98? che poi magari lo fa anche Xp, ma ogni persona sana di mente ha eliminato i suoni del sistema da tempo immemore, quindi è facile fare confusione [che confusione sarà perché ti amo, cantavano i Ricchi e Poveri – poveri deficienti, aggiungo io, se sono innamorati dei prodotti MS]).
Okay, la sigla è promossa a pieni voti.
Inizio dell’episodio.
Un baffone con sguardo severo, capelli impomatati  e le mani giunte (giunte dove? e da dove sono partite?) fissa la telecamera da dietro alla sua scrivania.
Zoom out.
Il baffone inquadrato è in realtà solo una foto. Appesa nell’ufficio. Del baffone. Che fissa la telecamera con lo stesso sguardo severo.
Ok, la cosa è talmente assurda che mi parte un sorrisino (i noti surgelati non c’entrano, sia chiaro), quando un brivido freddo fa il centometrista lungo la mia schiena (viste le dimensioni, in realtà al massimo puà essere un centocentimetrista, ma sorvoliamo): risate registrate! Il mio peggior nemico! Il lato oscuro della Forza! Lo sforzo! Può una comedy essere divertente nonostante le risate registrate? Ora conosco la risposta, ma all’inizio della visione ero ancora parecchio incerto e turbato, serbando tutte queste cose nel mio cuore (cit.).
Manco il tempo di finire queste elucubrazioni (durata percepita: 15 minuti; durata reale: 2,7 secondi) che la puntata prosegue (ovvio! e che, stanno ad aspettare me? mica lo trasmettevano in tv se metà dell’episodio era un fermo immagine che lasciasse alle persone il tempo di ponderare sui massimi sistemi).
Rapidissimo scambio di battute tra il baffone impomatato e una (evidentemente) neoassunta: “Sei spaventata?” “Un pochino” “Beh, non dovresti” “Allora no” “Beh, dovresti” “Ehm, un pochino in effetti” “Dovresti!” “Sì” “Non dovresti!” “No” e così via.
Rapido, assurdo, non sense. Oh, non per ripetermi, ma qui sento puzza di Monty Python (in realtà è l’intero humour inglese che è debitore di questo eccezionale gruppo comico – mentre da noi chi abbiamo? il Bagaglino? Meritiamo di marcire tra i nostri stessi escrementi, fermentando e nutrendoci esclusivamente delle nostre stesse secrezioni). E la cosa mi ben dispone per proseguire nella visione della puntata.
Spoiler: entro fine giornata ho visto per intero le prime due stagioni e la prima puntata della terza.
Ho smesso solo perché hanno iniziato a sanguinarmi gli occhi (metaforicamente, eh, mica sono una statua della Madonna [inteso come raffigurante l’effigie della Madonna, non come statuetta estremamente apprezzabile]).
Trama (che in una comedy è sempre una cosa che importa fin lì): Jen è una neo-assunta che non capisce niente di computer e che diventa la responsabile del settore IT di un’azienda (la Reihnholm Industries). Nel settore IT lavorano due nerd: Moss, una persona incredibilmente brillante (ma completamente incapace -e disinteressato- nelle relazioni interpersonali) e Roy, un tizio che vorrebbe una vita sociale, ma non riesce ad uscire dal ruolo stereotipato dello sfigatone.
I più assidui frequentatori di comedy avranno già drizzato le antenne: ma anche “The Big Bang Theory” è così! E in effetti, basta sostituire Leonard a Roy, Sheldon a Moss e Penny a  Jen e riconosciamo subito un topoi narrativo tutt’altro che innovativo.
Ma c’è una differenza sostanziale tra “The IT crowd” e “The Big Bang Theory”: il primo fa ridere. Molto.
Le citazioni per nerd-geek-sfigati-orgogliosi-di-esserlo ci sono e sono tante, ma la cosa bella è che sono messe lì, sullo sfondo, tanto perché chi possa capirle le capisca, senza essere sventolate ogni due per tre. Gli adesivi di Ubuntu sullo schermo di Moss e le magliette  Roy (compresa quella mitica in cui Mao agita il suo libretto rosso con lo slogan di RTFM) sono solo dei complementi d’arredo: chi sa di cosa si sta parlando li riconosce (ed è un bel gioco cogliere quante più citazioni possibile!), ma chi non ha idea di cosa si sta parlando vede solo un ufficio caotico e dominato da poster, adesivi e modellini “da nerd”.
Le situazioni a cui assistiamo sono degne del teatro dell’assurdo: i fumatori che sono confinati come se fossero nell’ex URSS, lo stressantissimo corso anti-stress, i goth che sono persone nonostante abbiano il colore della pelle bianco (!!), l’invio di una mail per segnalare un incendio (che viene scritta e riscritta perché non si trova il tono giusto). Ma giusto per citarne alcune, eh. Qua ce ne sono a tonnellate.
E poi oneliner che sono semplicemente entrate nella coscienza collettiva del mondo civilizzato. Uno per tutti: “if you type google into google you can break the internet!”.
Pare che la serie sia stata anche tradotta in italiano (anche se non ne sono sicuro), ma la visione in lingua originale merita soprattutto per il tono di voce spesso esasperato di Jen, per l’accento irlandese di Roy e -soprattutto- per la voce assurda di Moss (sì, se sentite la sua voce mentre risponde al telefono, probabilmente sono nelle vicinanze e mi è appena arrivato uno sms). Che poi la puntata in cui Jen si improvvisa traduttrice di italiano come diavolo la adatteranno? Vabbè, lasciam stare.
In una parola: consigliata? Assolutamente sì (orpo, ne ho usate due – pazienza).

Bonus: siccome i merigani sono fatti un po’ così, qualcuno di loro ha visto questa serie e ha detto: “sai che c’è? Ne facciamo una uguale”. Ci hanno provato con TBBT, ma il risultato è stato quel che è stato (anche se in termini di ascolti penso che la scelta si sia rivelata lungimirante – ma noi snob ce ne freghiamo degli ascolti). Vista l’anda e visto che il fenomeno nerd tira più di un carro di buoi (ma meno di un pel di origine del mondo), hanno provato a riproporre una versione merigana della serie. Stesso titolo, stesso copione, stesso tutto. Solo recitato con accento merigano. Interessantissima variazione sul tema, proprio. Mi ricorda una cosa vista un po’ di tempo fa con “Giù al nord” e “Benvenuti al sud”. Ora apro una parentesi (che richiudo subito): ma che gusto ci potrà mai trovare una persona a vedere due film/telefilm uguali, con gli stessi identici dialoghi, cambiati giusto qua e là? Ma perché? Se un film/telefilm mi è piaciuto, mi riguardo l’originale. Se non mi è piaciuto, non mi piacerà neanche l’imitazione. E non è che il biglietto costava meno per chi avesse già visto una delle due versioni. Mah, sta roba non penso riuscirò mai a capirla.
Comunque, tornando a “The IT crowd [US]”: Richard Aoyabe ritorna nella parte di Moss e Joel McHale subentra nella parte di Roy (ricordiamo quanto bene vogliamo a Community e, per estensione, a tutti gli attori che ci hanno a che fare – Jeff tivibì, platonicamente). Altri attori noti? Sicuramente, ma io nella mia ignoranza non conosco nessun altro, quindi fottesega.
Com’è andata a finire?
Un pilot è stato girato, è stato visionato dall’emittente (mi pare NBC – non ho voglia di andare a controllare) e i capoccia hanno dato una risposta del tipo: “Uh, ma che bello! Però no. Ciccia”.
Ma e questo pilot? Sarà perso in qualche polveroso cassetto di qualche polverosa emittente del polveroso deserto statunitense? Moriremo attanagliati dalla curiosità di sapere come sarebbe stato se?
Ma stiamo scherzando? Nell’era di Internet è possibile rintracciare anche quel video imbarazzante di te che vomiti durante la cresima, figuriamoci se non si riesce a trovare un pilot.
Ladies and gentleman, follow the link!
PS: consiglio spassionato: non guardate il pilot merigano prima della serie inglese, altrimenti rischiate che vi passi la voglia di vedere l’originale – e sarebbe davvero un peccato.

Tagged ,
Advertisements